 | NEMINI TENERI vuol dire non dipendere da nessuno. cioè "libertà" nel linguaggio medioevale.
Il Santo è Marino, un tagliapietre venuto dalla Dalmazia, ai tempi di Diocleziano, attraversando l'Adriatico, assieme a suoi compagni di fede e di lavoro. Forse per sfuggire alle persecuzioni.
Qui, in pietra, ha costruito un sacello, tutto con le sue mani: dalla fondamenta, su su fino al tetto di robuste tegole pure in pietra, per un'opera solida, eterna come la sua fede. Anche il letto si è scavato, lì accanto, nel fianco del monte.
Morì, dice la leggenda, il 3 settembre del 301: lasciando, in eredità, il monte, un esempio di fede e lavoro, ed il seme di quei convincimenti che più tardi saranno chiamati "libertà".
Attorno al sacello, una comunità di uomini semplici, poveri, credenti in Dio, contende alla roccia i pianori per gli orti, volta e rivolta, lì sotto il monte, una terra grigiastra che restituisce poco più della semente, e solo se sbriciolata, ammorbidita, impastata dal sudore.
Fiumi e strade corrono lontano.
Separati dal mondo, quegli uomini, si abituano a contare solo sulle proprie forze. Ignorati dagli altri, concepiscono l'assurdo convincimento di non aver alcun obbligo verso gli altri: NEMINI TENERI. E lo difendono.
Il Montefeltro è teatro di guerra, nello scontro fra papato ed impero. I grandi del momento non trovano di meglio che venire a rincorrersi su per questi monti. Si contendono San Leo. La gente si protegge dalle soldataglie, dagli sbandati, dai delinquenti, cingendo con semplici muri di pietre appena sgrossate i cucuzzoli dei monti, lungo la Valle del fiume Marecchia.
Con quei muri sorge pure la voglia di continuare a fare da sè, di non dipendere da altri, di non pagare a chicchessia tributi.
Maiolo, Talamello... ogni cucuzzolo per sè, ognuno col suo colore.
Di quei muri, quasi subito, si appropriano i signori.
Non sul Titano. Qui, il fortilizio, la Guaita, non è mai di un signore. Qui ci si alterna nella guida della comunità: con lo scrupolo e la regolarità di un impegno religioso, assunto davanti a tutti, nel sacello del Santo.
Sul Titano la comunità cresce. Il sacello diventa pieve, la chiesa principale della parrocchia: centro di aggregazione per i piccoli abitati di campagna che hanno appena una cappella e qualche casa in muratura.
Dalla Guaita viene a tutti la sicurezza, dalla pieve il conforto della religione. E, congiuntamente, gli antichi convincimenti, eredità di Marino.
Quei convincimenti, in un paio di secoli, cementano la intera parrocchia in una sola comunità e la saldano alla roccia.
In un atto notarile del 1243, compaiono, assieme al vescovo, i rappresentanti della comunità: Filippo da Sterpeto e Oddone di Scarito: Consules, oggi, Capitani Reggenti.
La comunità si è data delle regole: gli statuti; una organizzazione: il comune. Ma è sotto i vincoli feudali del vescovo di San Leo. |