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Completamente rimaneggiato tra il 1623 e il 1625 da Francesco Contin, il palazzo era stato edificato nel Quattrocento secondo lo stile gotico del tempo per il ramo più antico della casata dei Mocenigo. I Mocenigo erano originari di Milano e pare che discendessero dall'antica gens romana dei Comelii. A palazzo Mocenigo nel 1574 soggiornò Emanuele Filiberto di Savoia, il vincitore delle battaglie di Mùhlberg e di San Quintino, che al momento della partenza regalò alla padrona di casa una cintura di trenta rosette d'oro con quattro perle ciascuna e una grossa gemma al centro.
Negli anni 1591 -1592 Giovanni Mocenigo invitò nella sua dimora sul Canal Grande il filosofo Giordano Bruno che si era rifugiato a Venezia per salvarsi dalla persecuzione della Chiesa di Roma. Deluso che non gli avesse rivelato segreti di alchimia e di magia (si aspettava che «gli insegnasse i secreti della memoria e altre cose meravigliose»), Giovanni Mocenigo lo denunciò all'Inquisizione veneziana scrivendo contro di lui una pesante accusa di eresia. Il filosofo aveva infatti commesso lo sbaglio di riferire a Mocenigo che «lui è nemico della Messa», "che niuna religione gli piace"; aveva detto che «Cristo fu tristo», e che se faceva «opere triste» sollevando il popolo poteva prevedere molto facilmente che sarebbe stato giustiziato. Il Senato decise di inviarlo a Roma, dove fu processato per sette anni. Giordano Bruno non abiurò, subì la tortura, fu riconosciuto colpevole di insegnamenti eretici e bruciato sul rogo a Campo dei Fiori nel febbraio del 1600. La leggenda racconta che il suo spirito abiti a palazzo Mocenigo, la casa di colui che lo aveva prima ospitato e poi tradito. E ancora oggi, ogni anno, nel giorno dell'anniversario della sua morte, si dice che il fantasma del filosofo compaia nei giardini del palazzo. Dopo l'estinzione della famiglia avvenuta nel 1824, il palazzo cambiò più volte proprietario e venne diviso in diversi appartamenti. |