 | Alla fine dell'età antica l'attuale Veneto era parte di un'unità amministrativa molto più vasta, la regione augustea, che dall'Adda raggiungeva l'Istria. In essa già Plinio il Vecchio aveva individuato una Venetia più propriamente detta. cioè il territorio lagunare tra il Po e il Sile, adatto alla pesca, ma poco propizio allo stabile insediamento umano: solo una frangia marginale, quindi, nell’economia generalmente rurale e nella vita della regione, accentrata nei municipi e nei porti fluviali dell’interno come Verona. Padova e Aquileia, quest’ultima capoluogo amministrativo e metropoli religiosa dell’Italia nord-orientale. La X regio era poco difesa naturalmente: attraverso i passi del Friuli irruppero a più riprese eserciti barbarici. spinti versò occidente dagli stessi imperatori bizantini, che non erano più in grado di tenerli a freno. La protezione delle armi romane fu insufficiente a tanta pressione, e l’Italia sperimentò gli attacchi dei Goti, non duraturi ma rovinosi, e, nel 452, quello degli Unni di Attila, ben più temibile a giudicare dalla memoria che ne è rimasta. Le città si chiusero in disperata e spesso vana difesa. e chi poté fuggire fuggì. E all’invasione di Attila che la tradizione storica veneziana attribuì l’inizio del popolamento delle isole lagunari, fuori dalla portata degli invasori, e l’origine quindi della città di Venezia. In questi termini la storia è certo inattendibile, ispirata dalla volontà di assicurare l’indipendenza di Venezia fin dal suo sorgere, ponendone il luogo in terre del tutto disabitate e il momento della sua nascita nel caos, nella frattura storica causata dal Flagello di Dio. Pure il racconto non è completamente falso. Nel 537-538 Cassiodoro. ministro dei re goti, scrivendo ai tribuni della Venezia marittima, testimonia l’esistenza nella laguna di una vita sociale organizzata, con capi inquadrati nel sistema di funzionari statali. Egli parla di idilliaca concordia e di vita semplice, basata sulla pesca, sulla navigazione e sulle saline.
In realtà c’era anche un ceto di possidenti delle città dell’interno che, sotto la spinta del pericolo, si era andato trasferendo nelle lagune e formava lì ora una sorta di aristocrazia, con base fondiaria nell’entroterra (i tribuni erano possessores e dai tribuni vanteranno poi di discendere le più antiche famiglie nobili veneziane). La morte di Attila non bastò a ristabilire l’ordine turbato. L’impero d’Occidente non aveva più la forza per resistere né ai barbari né al proprio sostanziale disfacimento. Pose fine all’impero il capo di uno di quei contingenti germanici presenti da secoli nell’esercito romano: Odoacre. Egli cercò di far sopravvivere la propria inaudita novità tenendo ben distinti i popoli e lasciando - come in realtà già era - le armi ai suoi uomini e l’amministrazione ai romani.
Il suo tentativo e lui stesso furono spazzati via da un accordo tra Bisanzio e gli Ostrogoti, e una nuova dominazione si impiantò in Italia. Teodorico ebbe il riconoscimento imperiale, ma mantenne la distinzione di funzioni tra le due componenti etniche, distanti anche per credo religioso, cattolico per i romani, ariano per i goti. La sede del suo governo fu Ravenna. ma alcune città della Pianura Padana. nodi viari e centri di raduno dell’esercito, videro accresciuta la loro importanza, come Pavia e soprattutto Verona. Gli ultimi turbatissimi anni di Teodorico mostrano quanto fosse difficile la strada del regno goto. La sua fine non fu però naturale: nel 535 l’imperatore Giustiniano, con un pretesto, intraprese la riconquista. Furono quasi venti anni di una guerra rovinosa. che cancellò i goti come entità politica. ma lasciò l’Italia esausta. Decimata nella popolazione, impoverita economicamente. Indebolita nei suoi ceti dirigenti.
L’arrivo dei Longobardi. nel 568. rese definitivamente impossibile la ricucitura con la tradizione romana voluta dall’imperatore Giustiniano. Per la X regione l’invasione longobarda segnò contemporaneamente la fine dell’antica unità e la data della fondazione di Venezia. L’insufficienza della conquista permise un fenomeno massiccio di emigrazione verso i litorali, rimasti liberi: lo stesso arcivescovo di Milano fuggì a Genova e il patriarca di Aquileia a Grado, posta su un’isola. Cittadini di Padova, di Altino, Oderzo, Concordia si rifugiarono nelle lagune e dimostratasi non effimera la conquista longobarda. Vi rimasero stabilmente.
Si ebbero cosi i primi insediamenti nelle isole (Torcello, Malamocco, Cittanova-Eracliana). caratterizzati dal lealismo verso Bisanzio, ma anche legati all’entroterra, soprattutto tramite la conservazione di diritti patrimoniali e giuridici.
Il Veneto interno si andava invece armonizzando in un regno Che, passato il disastroso periodo della conquista (che per questa zona di confine si prolungò per buona parte del VII secolo: Padova cadde nel 601, Concordia nel 615, Altino nei 639, Oderzo fu distrutta nel 667), cominciava ad apparire anche ai vinti come una soluzione inevitabile, a volte anzi auspicata. I longobardi riuscirono, nel corso di qualche generazione, ad adattarsi alla situazione italiana e inoltre, nonostante fossero ufficialmente ariani (ma di fatto pagani), non erano intolleranti.
Dopo le ruberie e le violenze dell’invasione, essi presero presto a onorare chiese e monasteri: anzi il vescovo Felice di Treviso ebbe confermati i beni della sua chiesa da Alboino stesso, nei primissimi anni della nuova dominazione. Di più fece Agilulfo (591-616), che seppe addirittura presentarsi come difensore della libertà religiosa dei suoi sudditi italici in occasione dello scisma dei Tre Capitoli, che strinse le chiese
dell’Italia nord-orientale intorno ad Aquileia contro Bisanzio e contro Roma e si risolse solo nel 695. Agilulfo dette pieno appoggio agli scismatici anche quando questi disconobbero il patriarca di Aquileia trasferitosi nella bizantina Grado e ormai obbediente a Roma e si elessero un altro vescovo, con uguale pretesa di essere il legittimo erede degli antichi patriarchi di Aquileia (606).
Questa doppia elezione e la contesa che ne seguì furono conseguenze evidenti dell’incapacità tanto dei bizantini quanto dei longobardi di ricostruire a proprio favore l’unità del territorio veneto. La disputa per il titolo aquileiese — durissima e lunga, discussa in vari sinodi a vantaggio ora dell’uno ora dell’altro — si esaurì infatti con il riconoscimento dell’impossibilità di cancellare una realtà ormai secolare; l’antico patriarcato di Aquileia fu diviso in due: un nuovo patriarcato di Aquileia, assegnato al vescovo con sede a Cividale (poi a Udine), e il patriarcato di Grado (poi di Castello, infine di Venezia), legato al vescovo della diocesi litoranea, molto piccola ma con un’individualità politica e religiosa innegabile.
Anche l’assetto geografico-fisico della pianura veneta favoriva la diversificazione delle due parti della regione: l’accumulo di detriti alle foci dei fiumi e soprattutto del Po portò al rialzo dei loro letti e all’impaludamento delle parti più basse della pianura. Le residenze, le coltivazioni, i centri militari e civili si spostarono verso terre più asciutte e sicure: Aquileia, semidistrutta dalle invasioni, non si riprese più per la desolazione del territorio, Padova entrò in lunga crisi e nei secoli VII-IX la vita municipale si trasferì a Monselice. Una vasta fascia di terre scarsamente popolate e ricche di acque e boschi divise il Veneto longobardo da quello lagunare. diversificando, cosi, la futura evoluzione dei territori.
|