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Folklore

Per quanto lo sviluppo economico e specialmente il turismo abbiano trasformato rapidamente le strutture sociali, il folclore della Valle d'Aosta conserva una sua ben precisa fisionomia. L'elemento tradizionale valdostano, appartenente all'area culturale franco-provenzale (di cui ha conservato a lungo il linguaggio e, in parte, le usanze e le tradizioni), era ancora in gran parte vivo sino alla metà circa dell'Ottocento, con scarse influenze piemontesi. Oggi, lo si ritrova, attenuato, nelle zone più appartate e distanti dal fondovalle. L'uso della lingua madre accanto all'italiano e l'incremento di iniziative e manifestazioni di carattere folcloristico per scopi turistici determinano in tutta la valle una precisa coscienza regionale, tra le più accentuate d'Italia. I costumi non sono mai stati completamente abbandonati (caratteristico, p. es., il copricapo a forma di elmetto a filigrana d'oro, di Gressoney): sono anzi in ripresa, così come l'uso del provenzale e del dialetto alto-tedesco delle antiche colonie walser. Perdurano i ritualismi della benedizione delle mandrie, la proclamazione della regina delle mucche, i fuochi di S. Giovanni; sono invece in forte declino certi ritualismi legati a credenze magiche o a usi antichissimi, come quello un tempo praticato dalle donne che passavano carponi sotto l'altare della cripta di S. Orso ad Aosta (residuo del “ratto della sposa” e del suo riscatto). Quasi in disuso è l'abitudine di regalare conocchie e culle alle spose o di far loro scopare la casa nel giorno delle nozze; solo in poche zone resiste l'uso di mangiare d'inverno la souppe di pane e formaggio pecorino in brodo di pecora, capra o camoscio. Ricco e ben vivo è ancora il patrimonio dei canti, anche se pochi sono autenticamente valdostani ma piuttosto di origine in gran parte francese, come la stessa celebre canzone Montagnes Valdôtaines, o svizzero-tedesca, come le ballatelle amorose della valle del Lys. La Valle d'Aosta non ha una sua danza tipica; quelle in uso sono di origine piemontese e quasi tutte ispirate alla “monferrina” (qui detta manfrana). Particolare attenzione, fra gli oggetti folcloristici, merita la grolla*, coppa in legno di pero o di melo lavorata al tornio e usata per bere il vino in tradizionali bevute à la ronde tra amici (una “grolla d'oro” è l'ambito premio per artisti assegnato annualmente a Saint-Vincent). Ancora vivi sono i rudimentali giochi popolari dello tzan* e del fiollet*: individuale il primo, a squadre in veri e propri tornei il secondo. Lingua e dialettiI dialetti valdostani presentano affinità con i dialetti transalpini della Francia sud-orient. (Savoia, Delfinato e regione di Lione) e della Svizzera romanda con i quali costituiscono il raggruppamento che Graziadio Isaia Ascoli definì col termine di franco-provenzale. Si tratta cioè di dialetti che formano, in un certo senso, l'area di transizione tra le parlate provenzali (che troviamo anche in Italia in Val Pellice) e quelle francesi. Questi dialetti hanno una fisionomia e caratteristiche proprie, pur presentando tratti in parte comuni al provenzale (soprattutto nel vocalismo) e in parte comuni al francese (soprattutto nel consonantismo). Il lessico è caratterizzato da elementi del sostrato alpino preromano. Come lingua di cultura i Valdostani si servono però del francese, che lo statuto speciale parifica alla lingua italiana. Un'interessante particolarità linguistica è costituita dalla sopravvivenza nella valle di Gressoney (a Gressoney-la-Trinité, Saint-Jean e a Issime) di una parlata alto-tedesca propria di popolazioni vallesane (walser) stanziatesi a S del gruppo del M. Rosa in epoca tardo-medievale.




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