Fino alla metà del secolo XIII l'Italia settentrionale e centrale può dirsi ancora "il paese dei liberi Comuni": anche attraverso i progressivi cambiamenti della loro
costituzione, i Comuni sono rimasti, nella loro struttura repubblicana, sostanzialmente intatti. Ma dopo il 1250 si manifesta una generale tendenza verso forme, più o meno larvate, di governo personale e assolutistico, tendenza che si protrae per i due secoli XIV e XV e trasforma a poco a poco l'Italia settentrionale e centrale, in un paese dapprima di grandi e piccole
Signorie, e più tardi di vasti e potenti Principati.
La crisi del governo comunale e il sorgere delle Signorie
La maggiore debolezza della vita comunale nel medio evo è la mancanza di tranquillità interna, conseguenza inevitabile delle competizioni tra le parti sociali per la conquista del potere. Nel secolo XIII vediamo infatti i maggiori Comuni italiani, benché fiorenti di attività e di ricchezze, travagliati da continue discordie tra nobili e borghesi, tra famiglia e famiglia, tra popolo grasso e plebe, tanto che la normale vita
cittadina è continuamente turbata da sconvolgimenti. Ad ogni vago allarme suonano a stormo le campane; da ogni parte arriva gente, si viene alle armi per le strade e le piazze, si corre alle case dei nemici, si assalta, si devasta, s'incendia. Tutti sentono la mancanza di un governo forte, che al di sopra delle competizioni di classe, sappia dare alla città una pace duratura col rispetto delle leggi e con la forza delle armi. Così la democrazia comunale, che è già arrivata allo sfacelo, lascia libero il campo al dominio di uno solo; al Comune si sostituisce a poco a poco la Signoria. |